Parigi | The Passenger

Aspettavamo con ansia questa nuova uscita dei Passenger interamente dedicata a Parigi.

Non è una guida turistica alla città, questa collana racconta l’attualità.
Una raccolta di inchieste, reportage letterari, saggi narrativi scattano la fotografia legata alla contemporaneità di Parigi e dei suoi abitanti. Cultura, architettura, società, politica, economia, sport. Sono tanti i temi che vengono raccolti e affrontati all’interno di questo numero. Come sempre, grandissima cura tipografica e contenuti di qualità forniscono uno spunto interessante, un punto di vista diverso da quello che ci vuole solo come turisti nella capitale dell’amore per eccellenza.

Parigi è una metropoli dalle mille facce e con mille storie e atmosfere.

Mentre sogniamo di tornarci, abbiamo chiesto a Stella Moretti, danzatrice e performer italiana da anni residente a Parigi, di raccontarci il suo rapporto con la città e com’è ora, in questa nuova fase di lockdown per l’aggravarsi della pandemia Covid-19.

Le foto in fondo all’articolo le ha scattate qualche giorno fa, appena uscita di casa: il quartiere Montmartre completamente vuoto.

Stella Moretti

danzatrice e performer che vive e lavora in Francia, al momento stabile a Parigi

Spesso dimentico che abito a Parigi come si dimentica la grandezza e la monumentalità della città in cui si passa il proprio quotidiano. Potrei dire che c’è storia in ogni angolo, in ogni vicolo, su ogni boulevard. Ma anche noi in Italia siamo circondati di storia. Forse la differenza è che la nostra storia è fatta di rovine, mentre qui la storia si è trasformata nel corso del tempo: i palazzi e le vie dell’epoca del Re Sole sono diventati delle strade ultra moderne con nuovi quartieri riqualificando quegli angoli della città che nascondevano scene di vita popolare, anche di tanti immigrati, come me.

Parigi per me è il servizio di trasporto pubblico, è una rete sotterranea immensa. Sono le stazioni della metro alle quali tu dici di abitare, (no non indichi il tuo indirizzo, ma dici “abito a Stalingrad” “vediamoci a Bonne Nouvelle”) Una vita, che scorre insieme ai paesaggi che vedo dai finestrini della RER e dei vagoni della metro.

Parigi è abitare in palazzi Haussmaniani grandi, imponenti, intricati; in appartamenti che danno su corti interne nascoste e imprevedibili.

Parigi è sentire il proprio vicino cantare nella sua lingua d’origine. E sentirlo parlare al telefono quasi più forte di noi italiani e non capire una parola di quello che sta dicendo, perché è Parigino ma anche straniero.

Parigi è un’atmosfera fatta di caffè, di Pain au Chocolat e di persone sedute in terrazza con un libro in mano, una sigaretta e un espresso già finito.

Parigi è incontrare qualcuno per strada, riconoscerlo e trovare questa cosa assolutamente improbabile vista la grandezza della città.

Ma Parigi del resto è un piccolo mondo, un piccolo universo, tutti si conoscono nello stesso ambiente. Come si suol dire “Tutto il mondo è paese”.

Parigi è fatta di Notre Dame, dal Marais, di Montmartre, della Tour Eiffel ma è fatta anche dalle banlieues, dove si nasconde tutta un’altra vita, tutto un altro tipo di lotta, dove il talento è prezioso e qualsiasi lavoro artistico diventa di grande valore sociale.

Parigi è casa. Punto di partenza e punto di arrivo. Parigi non è la Francia, e per forza qualcuno tenterà di fregarti la prima volta che vieni da turista.

Parigi è il luogo di grandi storie d’amore e di grandi separazioni, è luogo di ricordi incastonati nei sampietrini delle strade, ricordi che vanno aldilà dei singoli esseri umani. Ricordi di un tempo, ricordi di un’epoca, ricordi degli scrittori dei grandi pensatori sono sempre nell’aria (o dovrei dire smog?). Forse al tuo stesso tavolo di Brasserie, Hemingway discuteva animatamente davanti al suo ultimo bicchiere o Joyce girovagava nella tua libreria di quartiere.

Parigi è solitudine.

Parigi è odore di pioggia, molta pioggia. Quella pioggerellina fine fine da cui l’ombrello non ripara.

Parigi è l’indipendenza, lo stato sociale, la collera dei francesi che sanno scendere in piazza ogni sabato per più di un anno e bloccare tutto un Paese.

Parigi è meraviglia, è jazz, è le infinite camminate, gli scioperi, è la sicurezza di trovare un alimentari sempre aperto a qualsiasi ora della notte. In caso di fame, o in caso di Blues.

Parigi è l’ultimo treno della metro, la corsa forsennata per prenderlo. L’indecisione della sera non sapendo scegliere fra centinaia di spettacoli, concerti, cabaret che vanno in scena “sans relâche”.

Parigi è fatta di turisti, ma non più così tanto da un anno a questa parte (come la maggior parte delle cose elencate, #covid)

È fatta da italiani che cucinano la miglior pizza del mondo “soi disant”, da grandi torri nei quartieri cinesi, dai ristoranti africani dai colori e dai profumi intensi, e dall’immancabile odore di burro che cola dalle boulangerie la domenica mattina. Parigi è fatta da 18 nazionalità in una sola classe di scuola elementare. (E vanno tutti d’accordo).

È fatta di giovani privilegiati, grandi famiglie borghesi, di artisti che vivono col fiato sospeso ogni mese per rinnovare il loro statuto di intermittenti dello spettacolo.

La realtà è quindi più ruvida di quella che si sogna al suono della parola Parigi perché è una città che ti rende esausto, ma che non smette mai di sorprenderti: infinite possibilità sono dietro l’angolo di casa (o di fermata della metro). È un fulcro gravitazionale da cui sei inevitabilmente attratto, con la voglia di partire e di ritrovarla il prima possibile.

teatro, regia, danza classica e contemporanea, e pedagogia si miscelano in un cocktail di quotidiano artistico pluridisciplinare, Stella ci manda un corto omaggio a Parigi nel giorno dell’anniversario degli attentati del 2015

"Buonce" ® Lucidi nella presenza | puntuali nell'assenza

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Il consiglio non richiesto